COMPRARE INFORMATI
Visualizzazione post con etichetta abbigliamento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta abbigliamento. Mostra tutti i post

A leggere il suo sito, la New Balance sembra una compagnia virtuosa: si vanta di produrre quasi il 50% in Occidente, di garantire diritti e buone condizioni di lavoro ai propri dipendenti, di rispettare l'ambiente, di promuovere iniziative di solidarietà.
In effetti, tutto ciò è vero per le sue fabbriche in Inghilterra e negli Stati Uniti. Ma non si può dire la stessa cosa delle aziende di cui si serve, ad esempio, in Cina.
Lo dimostra un rapporto di National Labor Committee e China Labor Watch, in cui si può leggere in quali condizioni vengono prodotte le scarpe New Balance presso la Li Kai (clicca qui per scaricare il rapporto con le foto):

  • discriminazioni di genere, razza, età, provenienza;
  • salari al di sotto dei limiti di sussistenza;
  • orari di lavoro massacranti, fino a 10 ore al giorno 6 giorni alla settimana;
  • straordinari obbligatori e non pagati;
  • pessime condizioni igieniche e donne costrette a fare la doccia di fronte agli uomini.
L'elenco potrebbe continuare con altri abusi, per cui vi rimando a questi link:
www.abitipuliti.org
www.coopamerica.org

Per concludere, fra le opere di "solidarietà" di New Balance non bisogna dimenticare gli 80'000 $ donati ai partiti americani durante le elezioni del 2006, il 95% dei quali sono finiti nelle tasche dei Repubblicani di Bush.

 

Continuando le ricerche su Timberland, ho trovato qualche informazione in più.
In un articolo di Federico Rampini del 19 maggio 2005 venivano rivelati i retroscena della produzione di Timberland in Cina, dove la Kingmaker Footwear produceva scarpe per conto della multinazionale americana sfruttando il lavoro minorile (clicca qui per leggere l'articolo)
Oggi la Kingmaker non compare più nell'elenco delle fabbriche fornito da Timberland, dove però c'è ancora un'altra ditta, la Pou Yuen, i cui abusi sono stati documentati (almeno fino al 2005).
Riporto anche questo post dal sito blogeko.info

"30.01.2006 - La scorsa primavera Timberland, la famosa multinazionale delle calzature, è stata al centro di un'accesa polemica legata allo sfruttamento del lavoro minorile e alla violazione dei diritti dei lavoratori in Cina. Il fatto riguardava la fabbricazione di scarpe vendute in Europa al prezzo di 150 euro, per confezionare le quali ragazzini di 14 anni guadagnavano 45 centesimi al giorno, lavorando quotidianamente circa 16 ore in condizioni al limite della sopravvivenza. La vicenda coinvolgeva anche altre multinazionali delle scarpe, tra cui la tedesca Puma, ed era venuta alla luce grazie alle denunce di alcuni operai.
Ora Timberland sembra aver fatto un passo indietro: pochi giorni fa infatti si è presentata in veste rinnovata annunciando le sue nuove confezioni di scarpe in fibra 100% riciclata e stampate con inchiostro di soia. Inoltre su ogni scatola ci saranno indicazioni relative all'impatto ambientale e sociale del prodotto con delucidazioni sul luogo di fabbricazione. Comunque oggigiorno circa tre quarti della produzione Timberland ha luogo in Cina e in Vietnam, paesi dove chi viene sorpreso a sfruttare il lavoro minorile è punito con un'irrisoria multa di 1000 euro. Attualmente la Commissione Europea sta prendendo in esame la possibilità di regolamentare l'importazione di prodotti da questi paesi." (fonte www.blogeko.info)

 

Timberland

Posted In: , . By marco

Passeggiando per le vie del centro, ho notato le scritte "ambientaliste" sulla vetrina della Timberland. Ho pensato allora di fare qualche ricerca e di scoprire se davvero questa multinazionale si comporta bene.
Ecco i risultati delle mie ricerche sul web, che sembrano confermare le apparenze.
Timberland:

  • Ha stabilimenti in molti Paesi, fra cui anche alcuni in cui i diritti dei lavoratori non sono garantiti (Cina, Vietnam, Thailandia...);
  • Dichiara di non fare ricorso al lavoro minorile e lo indica anche nelle etichette delle sue scarpe;
  • Garantisce che i propri luoghi di lavoro sono salubri, giusti e non discriminanti e consente ai propri dipendenti di impiegare 40 ore retribuite all'anno in attività di volontariato;
  • Si mostra particolarmente attenta alle tematiche ambientaliste, indica nelle etichette l'impatto ambientale dei propri prodotti e si pone specifici obiettivi per la riduzione dei gas serra;
  • Nel 2005, a seguito della campagna della PETA (People for the Ethical Treatmen of Animal) contro la lana australiana a causa dei maltrattamenti subiti dalle pecore, Timberland ha smesso di importare lana dall'Australia.
  • Risulta attiva una sola campagna di boicottaggio contro Timberland, lanciata da movimenti di solidarietà alla Palestina, in quanto la compagnia (di proprietà di un ebreo americano definito sionista dai sostenitori del boicottaggio) ha interessi in Israele.